martedì 16 gennaio 2018

Il messaggio ecologico dell’ inventore di storie


Giacomo Ramella Pralungo subisce da molti anni il fascino della natura, e ama trascorrere tempo passeggiando per boschi, prati e monti. Accennando a un sorriso ammette che la sua vita non si limita a libri e ad articoli: «Mi compiaccio di vivere in campagna, a diretto contatto con la terra, perché in tal modo ho compreso con una certa chiarezza il nostro rapporto con essa e con tutte le altre forme di vita e le cose inanimate. Dobbiamo avere cura del mondo in cui viviamo e dei suoi altri abitanti se vogliamo vivere bene.». Per l’ inventore di storie l’ ecologia è un concetto molto importante, da vivere consapevolmente nella vita di tutti i giorni, a beneficio sia nostro che di chi verrà dopo di noi: «Una generazione succede a un’ altra e a un’ altra ancora, ma il nostro mondo rimarrà in eterno.».

Lei è un grande amante della natura. Come è nato questo suo particolare sentimento?

«Sono nato e vissuto in un paese di provincia, e a undici anni mi trasferì in campagna, nella casa appartenuta ai miei nonni paterni. Fin da bambino, mio padre e mia nonna mi portavano a passeggiare per i boschi e per i prati, e spesso trascorrevo del tempo a contatto con gli animali nella vicina fattoria dei nostri cugini. In particolare, ricordo di quando andavo con mio padre a raccogliere fragole, mirtilli e crescione selvatici, e delle volte in cui invece ci rifornivamo di acqua presso una fontana in piena selva. Ho quindi avuto un contatto diretto con la natura fin dai miei primi anni di vita, e non ho tardato ad apprezzarne le meraviglie, la purezza e la grande importanza.».

Che cosa le viene in mente passeggiando in campagna o nei boschi?

«Durante le mie passeggiate non penso affatto, anzi avverto sempre una gran quiete e felicità. Sento spesso il bisogno di fare due passi nella natura, soprattutto quando voglio trovare la pace, e avanzando per prati o addentrandomi in qualche bosco spontaneamente mi immergo in una dimensione al di fuori del tempo e delle questioni che animano la vita quotidiana. Peraltro sento chiaramente quanto tutto sia collegato a tutto: non si tratta di una riflessione intenzionale, io non sono mai stato un filosofo, ma di una chiara percezione ricavata dall’ aria che respiro, dall’ odore della terra che sento, dal rumore dei ruscelli che odo insieme alle campane delle mucche e delle caprette nei dintorni, dal suolo che calpesto. Tutto è veramente uno, e noi siamo figli di questa natura di cui, purtroppo, ci ostiniamo assurdamente a ritenerci sia padroni che entità separate. Sì, la natura per me è sempre estremamente benefica...».

Come definirebbe il legame tra uomo e natura?

«Lo trovo veramente pessimo. Noi umani siamo divenuti il genere dominante sul pianeta, e sfruttiamo la natura per soddisfare i nostri bisogni ben oltre le sue capacità e senza alcuna preoccupazione, non pensando ai gravi danni che le stiamo procurando. Nella nostra arroganza abbiamo persino modellato le religioni affinché giustificassero le nostre tendenze egocentriche: nella Bibbia, ad esempio, si legge che Dio invita Adamo ed Eva a riempire la terra, a soggiogarla e dominare i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia sulla terra. Veramente una grande assurdità! Penso proprio che dovremmo prendere esempio dagli animali, che sfruttano la natura per sopravvivere senza però danneggiarla e neppure esaurirla.».

A proposito di animali, lei si è più volte definito animalista: ritiene che la caccia possa avere effetti nocivi in ambito ecologico?

«Sì, ma dipende da come viene esercitata. Un conto è cacciare per fame, limitandosi a poche prede che in seguito vengono tutte mangiate, proprio come fanno gli animali: io comprendo questo tipo di caccia, e lo accetto. Un altro discorso è invece cacciare intensivamente, per passatempo o per sport, come fanno ad esempio i nobili, che un tempo addirittura cacciavano per prepararsi alla guerra: questa è una forma di caccia superflua su cui proprio non transigo. Altre forme di caccia, come ad esempio quella delle balene o delle foche, stanno spingendo queste specie animali al limite dell’ estinzione, e procurano loro immense sofferenze del tutto inutili. Ogni genere animale e singolo essere vivente ha un posto ben preciso nel grande ordine dell’ ecosistema, e svolge una particolare funzione: quando un’ intera specie viene fatta estinguere, gli equilibri naturali subiscono per forza importanti cambiamenti. Quando ero piccolo, mia nonna mi diceva sempre che persino che persino ortiche e zanzare hanno una loro utilità.».

Che cosa pensa del vegetarianismo?

«E’ una scelta molto particolare che alcune persone adottano per amore e rispetto per gli animali. Io stesso sono stato vegetariano per tre anni, dal 2009 al 2012, dopo aver visto uccidere una gallina nel mio giardino, e il pensiero che gli animali venissero uccisi per poi essere serviti a tavola si era fatto particolarmente triste per me. Iniziai a nutrirmi esclusivamente di pasta, riso, insalata, uova, legumi e verdure varie. Ma poi compresi che anche i vegetariani si nutrono di vita, perché anche i vegetali sono forme viventi, quindi oggi ritengo accettabile nutrirmi sia di carne che di vegetali ma senza abusarne, nel pieno rispetto di entrambe queste forme di vita.».

Il rispetto per l’ ambiente e gli animali è una delle cause per cui si è avvicinato al Buddhismo?

«Certamente. Le filosofie orientali in generale hanno un atteggiamento assai più onnicomprensivo di quello delle religioni abramitiche, e affermano da sempre che ogni cosa è connessa a tutte le altre. Il Buddhismo in particolare parla di interdipendenza, importante principio secondo cui nulla esiste come entità propria: tutto è Uno.».

Peraltro, lei una volta disse che il famoso «Dune» di Frank Herbert le è stato di grandissima ispirazione.

«E’ assolutamente vero, ho cominciato a riflettere sull’ importanza delle tematiche ambientali in maniera più vasta e approfondita proprio leggendo questo magnifico romanzo di fantascienza, che ha avuto cinque seguiti. Nessuno ha mai esaltato l’ ambientalismo come Herbert in questo grande classico della narrativa statunitense del Novecento. Il pianeta Arrakis, chiamato ‘Dune’ dai nativi Fremen, viene descritto con una sorprendente abbondanza di dettagli, senza i quali risulterebbe praticamente impossibile immaginare le sfaccettate e molteplici vicende di questa affascinante serie letteraria. Tramite il sogno delle tribù dei Fremen, che da migliaia di anni vivono nelle grotte di questo mondo completamente deserto, facendo un uso estremamente ritualizzato dell’ acqua in attesa di averne un giorno a sufficienza per renderlo verdeggiante, l’ autore esalta sia l’ importanza fondamentale di questo elemento che l’ esigenza di avere cura delle risorse a nostra disposizione, nonché dell’ ambiente in cui noi tutti viviamo.».

Solitamente lei parla del tema ambientale nei suoi libri?

«L’ ho fatto soprattutto in ‘Per i sentieri del tempo’, in cui ho descritto le gravissime devastazioni ecologiche causate dalla guerra atomica. Purtroppo il pericolo di provocare danni incontrollabili al nostro ecosistema con le armi, oltre che con altre forme di tecnologia, si sta accentuando sempre di più. Anche nel precedente ‘Cuore di droide’ ho affrontato il tema della natura, seppure in termini più marginali, con i due protagonisti che al termine delle loro vicende si danno alla cura dei fiori e all’ agricoltura, trovando pace e conforto. Ho intenzione di approfondire questo importante argomento in altre narrazioni che avrò il piacere di pubblicare.».

La ringraziamo molto.

«Tante grazie a voi, come sempre è stato un grandissimo piacere.».

mercoledì 10 gennaio 2018

Giacomo e lama Paljin


Un giovane scrittore di fantascienza e articoli storici, incuriosito dalla filosofia buddhista, in una nuvolosa giornata d’ inverno incontrò un lama buddhista di scuola tibetana: tra i due nacque una cordiale e simpatica amicizia che dura tuttora.

Appassionato di storia e culture antiche, scrittore di narrativa fantascientifica e dedito alla spiritualità, slegata dalla religione in senso stretto, dal 2009 Giacomo Ramella Pralungo è in amichevoli rapporti con lama Paljin Tulku Rinpoce, monaco buddhista di tradizione tibetana, discepolo di vari lama e ghesce fuggiti dal Tibet, gradualmente occupato dalla Repubblica Popolare Cinese durante gli Anni Cinquanta e trasformato in una regione dell’ immenso Paese comunista.
«Le filosofie orientali mi hanno sempre molto attratto.» spiega Giacomo dopo aver messo da parte la penna con cui lavorava ad alcuni appunti «E il Buddhismo mi ha molto incuriosito a proposito della questione della sofferenza e su come risolverla. Nel 2006 mi avvicinai molto a questa particolare filosofia, ed ero alla ricerca di qualche maestro con cui dialogare e approfondire la mia conoscenza in proposito.».
Qualche tempo dopo venne a sapere del monastero Samten Ling, un piccolo centro situato nel paese di Graglia, sulle Alpi Biellesi, a pochi chilometri da casa sua. Fece alcune ricerche, e scoprì che era stato fondato nel 1991 da lama Paljin Tulku Rinpoce, unico lama italiano, e negli anni era diventato un importante punto di riferimento per moltissimi praticanti di Buddhismo:
«La vita stessa di questo lama mi impressionò molto: nato ad Addis Abeba nel 1941 da genitori torinesi, lasciò la colonia con la famiglia ad appena un anno. Si laureò all’ Università degli Studi di Torino e lavorò come dirigente d’ azienda fino al 1978, quando si recò per lavoro a Kathmandu, ove incontrò per la prima volta alcuni monaci tibetani, fatto che lo portò a maturare per la prima volta un profondo interesse per il Buddhismo, tanto da intraprendere una ricerca spirituale che nel 1982 lo portò a divenire discepolo di alcuni grandi lama e a farsi monaco lui stesso.».
Lama Paljin ricevette insegnamenti e iniziazioni da lama di due scuole diverse, ossia la Gelug, a qui appartiene il XIV Dalai Lama, e la Kagyu, di cui fa parte il XVII Karmapa. Nel 1985, in Svizzera, gli fu trasmessa l’ iniziazione di Kalachakra dal Dalai Lama, e da quel momento segue frequentemente i suoi insegnamenti in Europa e in India, mentre nel 1995 si recò in Ladakh, una regione dell’ India settentrionale ai piedi dell’ Himalaya, strettamente legata al Tibet, ove fu riconosciuto come la reincarnazione di un insigne lama vissuto intorno al 1600 e che contribuì a diffondere il Buddhismo in tale zona, in una cerimonia svoltasi alla presenza di centottanta monaci e numerosi laici.
Lama Paljin Tulku Rinpoce;

«Riflettei a lungo sulla possibilità di incontrarlo, finalmente presi un appuntamento e lo conobbi nel gennaio 2009.» ricorda Giacomo «Ero veramente curioso, e partecipai al termine della lezione che teneva ai suoi allievi: il suo modo di insegnare, semplice e diretto, e il suo entusiasmo sincero mi colpirono molto favorevolmente.».
Si era aspettato di incontrare una guida spirituale pacata e distaccata, solenne e seria, ma il lama, allora sessantottenne, lo impressionò molto soprattutto con la sua sorridente gentilezza, oltre che con la sua naturalezza e cordialità, con il suo quieto ottimismo e l’ accoglienza gentile e sincera. Durante il loro primo incontro parlarono sia di Buddhismo che della sua esperienza decennale come monaco e lama:
«Mi disse che buona parte della vita del Buddha era avvolta nella leggenda, proprio come in seguito sarebbe toccato a Gesù, e che i suoi quarantacinque anni di insegnamento, in tutta evidenza, erano un tempo troppo ridotto perché avesse potuto effettivamente trasmettere tutto ciò che gli era stato attribuito dalle successive generazioni di maestri buddhisti. In ogni caso, la sua dottrina si basa sulla rettitudine di pensiero, parola e azione: vivere le esperienze senza attaccamento non vuol dire rimanersene inerti di fronte ai fatti dell’ esistenza, ma imparare ad affrontare le cose con un atteggiamento mentale equilibrato, basato cioè sulla moderazione, evitando gli eccessi.».
Il lama era facilmente riuscito a creare un clima disteso e cordiale, molto personale, nel quale ebbe a dire che tutto muta costantemente, quindi pensare che la vita sia monotona e sempre uguale sarebbe piuttosto superficiale:
«Se osservassimo a fondo le nostre giornate, scopriremmo che tutto in noi è in continuo cambiamento: non solo gli abiti o le abitudini, ma anche l’ atteggiamento mentale nei confronti di cose e persone. Tutto quanto si modifica da un momento all’ altro: questi sono i segni evidenti e inarrestabili del divenire.».
Il Samten Ling di Graglia;

Da allora il giovane scrittore e il lama rimasero amici, scambiandosi negli anni varie lettere via posta elettronica. Giacomo tornò più volte a visitarlo:
«La figura di questo italiano che, affascinato dal Buddhismo tibetano, volle farsi monaco e intraprendere il duro e intenso percorso per divenire lama, mi ha davvero affascinato. Passare da una cultura a un’ altra non è certo una cosa semplice, e il più delle volte viene persino scoraggiata. Benché abbia vissuto per molti anni a stretto contatto con i tibetani in Oriente, nel loro remoto ambiente tradizionale, non ha perduto un briciolo della sua mentalità occidentale: ha fede nel Buddhismo ma non ha acquisito la superstizione tipica dei tibetani, rispetta i suoi maestri ma ha sempre riflettuto molto sull’ insegnamento che gli hanno trasmesso, officia i rituali sfarzosi e complessi tipici del Buddhismo tibetano ma vive e diffonde tale filosofia come uno strumento pratico di risveglio interiore ed evoluzione sociale.».
Giacomo si sente notoriamente più vicino alla spiritualità che alla religione, convinto com’ è che la prima punti direttamente e concretamente alla cura dello spirito che ogni essere vivente ha in sé, indipendentemente dalla religiosità o da qualsivoglia altra differenza, mentre l’ altra impone di seguire una credenza o una serie di rituali e preghiere, tutti elementi che presentano un certo freno al percorso interiore in quanto limitano il libero arbitrio. Conversando con lama Paljin si è sempre trovato molto a suo agio, dal momento che durante i loro incontri hanno essenzialmente parlato di natura umana, compassione e saggezza, virtù morali ed esperienza quotidiana, importanti concetti universali che vanno ben oltre le religioni, essendo legati propriamente all’ essere umano:
«Non ha mai tentato di impormi alcun principio, si è sempre limitato a esporre opinioni maturate nel corso della sua esperienza concreta. Una volta, durante una delle nostre conversazioni, mi disse che solo l’ esperienza interiore può ricondurci alla grandezza dell’ universo e metterci in condizione di cambiare, di crescere: quando tutti i livelli di coscienza si fondono al centro del nostro cuore, avviene il risveglio.».
Il lama aggiunse che nel Buddhismo la fede è un atteggiamento di fiducia che porta a credere in ciò che convince, anziché in qualcosa posto al di sopra di noi: «Continua a provare finché non avrai la dimostrazione che ciò che fai è giusto, e credi solo quando otterrai un risultato. In Tibet, gli insegnamenti trasmessi dai maestri hanno proprio la funzione di darci la possibilità di attingere a un risultato: è esattamente quel che ci spinge a perseverare nella pratica.».
Altro aspetto su cui tenne a esprimersi fu il valore della pace, dell’ altruismo e della compassione:
«Nel Buddismo, i rapporti umani dovrebbero poggiare su questi tre principi fondamentali, legati a un sentire che non può essere prodotto artificiosamente, ma che nasce spontaneamente in chi ritiene che la soluzione dei problemi del mondo non si trovi in un comportamento egoistico. Queste sono le risposte buddhiste alla ricerca di serenità che soprattutto oggi orienta gli uomini alle religioni: la pace deve nascere da un equilibrato atteggiamento mentale, l’ altruismo deve far comprendere come le cose che portano benessere a noi possono portarlo a tutti gli uomini, e la compassione significa ‘fare di tutto perché gli altri possano essere felici’. Il Buddhismo non è nichilismo, ma azione, quindi l’ uomo non deve affacciarsi timidamente su questa soglia, ma attraversarla con risolutezza per dar vita a un futuro migliore.».

Giacomo e lama Paljin sono tuttora amici, e tra gli argomenti principali delle loro conversazioni, oltre alla spiritualità, spiccano la situazione politica e culturale del Tibet, il XIV Dalai Lama e la diffusione del Buddhismo in Occidente.

«Quando ci incontrammo la seconda volta, lama Paljin mi disse una cosa che, come scrittore, mi toccò davvero di persona.» rammenta Giacomo poggiandosi sullo schienale della sedia, sorridendo «Affermò che le parole non esistono di per sé, ma le creiamo per esprimerci e intendere l’ infinito. In effetti, per me le parole sono sempre state uno strumento per comunicare quel che sento e penso, per trasmettere un preciso messaggio…».

giovedì 21 dicembre 2017

La posizione di uno scrittore di fantascienza su UFO e alieni


Giacomo Ramella Pralungo sfoglia abitualmente libri e riviste, leggendone con attenzione capitoli e articoli su cui ama pensare e trarre considerazioni, confrontandosi costantemente con i fatti, abitudine da cui trae una grande esperienza personale: «Nel mio caso si tratta di vitamine sia per la mente che per il cuore, perché questo esercizio mi aiuta a crescere momento per momento. Mi aiuta a non dare nulla per scontato, avvicinandomi al vero e allontanandomi da ciò che non lo è.». Conversando informalmente oppure rispondendo a domande serie si esprime sempre in base alla propria conoscenza ed esperienza, senza sforzarsi di apparire qualcos’ altro di diverso da sé stesso. Libero pensatore, convinto difensore delle proprie idee, quando parla non fa piroette retoriche, e quando non ha le idee chiare su qualcosa risponde con un sorriso e un semplice: «Non lo so.».
Diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare da lui in quanto appassionato di fantascienza e autore di libri di questo stesso genere letterario, non esita a esporre idee piuttosto scettiche in materia di ufologia e altre più personali in tema di alieni.

Lei crede alla possibilità di vita nell’ universo, al di fuori di questo mondo?

«Certamente. L’ universo è infinito, e la nostra galassia soltanto raggiunge dimensioni talmente vaste che ora le comprendiamo a stento. Esiste un numero incalcolabile di altri pianeti oltre al nostro, ognuno con caratteristiche proprie. Pensare che la vita si sia sviluppata soltanto qui, sulla Terra, sarebbe del tutto illogico. Ellie Arroway, la ricercatrice protagonista del magnifico film ‘Contact’, afferma molto chiaramente che l’ universo è molto vasto, più grande di qualsiasi cosa si sia mai immaginato, quindi se esistessimo soltanto noi sarebbe uno spreco di spazio. Io sento che questo principio è particolarmente aderente ai fatti.».

Lei è uno scrittore di fantascienza, eppure si dice scettico su gran parte di quanto viene affermato in ambito ufologico.

«Ha ragione, ma prima di tutto bisogna essere chiari su cosa intendiamo per ufologia, e distinguerla dal contattismo. Se parliamo dell’ analisi scientifica degli oggetti volanti non identificati, il cui acronimo in inglese è appunto ‘UFO’, l’ ufologia rappresenta una disciplina utile, in cui io stesso credo, e infatti la maggior parte di questi oggetti vengono successivamente identificati come velivoli umani, giochi di luce o fenomeni atmosferici naturali. Più raramente ci troviamo alle prese con avvistamenti che non trovano una spiegazione, e vengono archiviati come oggetti volanti non identificati finendo con l’ alimentare l’ ipotesi dei visitatori alieni. Il contattismo, invece, è tutt’ altra cosa: è un fenomeno che riguarda persone che affermano di ricevere messaggi di natura religiosa o spirituale dagli alieni in visita sulla Terra. Non necessariamente si parla di dischi volanti quando si nominano gli UFO, e dal momento che il contattismo appartiene al mondo delle religioni, per me è assolutamente naturale guardarlo con un forte scetticismo.».

Qual’ è il collegamento tra UFO, alieni e religione?

«Nel 1947 furono segnalati i primi avvistamenti di dischi volanti e oggetti volanti non identificati, e nel mondo si diffuse rapidamente il fenomeno del contattismo, portato avanti da persone che si definivano, come fanno tuttora, prescelte dai ‘fratelli dello spazio’ per diffondere sulla Terra il loro messaggio. Il loro comportamento, nonché quello dei loro seguaci, presenta diverse caratteristiche tipiche dei culti religiosi, al punto che con l’ andare del tempo hanno portato alla nascita di un gran numero di vere e proprie sette che vedono gli alieni come un segno di Dio, esseri infinitamente benevoli, perfetti e addirittura trascendenti, pionieri di un secondo Avvento. Il messianismo di queste sette si fonda sulla credenza dell’ imminente manifestazione pubblica degli alieni sulla Terra, che deve essere preparata da una minoranza illuminata di umani, a cui seguirà un’ era di prosperità e abbondanza.
Il primo contattista fu George Adamski, che negli Anni Cinquanta sfruttò i mezzi di comunicazione di massa statunitensi ottenendo una certa visibilità, benché in seguito apparve chiaro che la sua storia fosse tutta una montatura. Oggi, tra le sette contattiste più note e discusse spicca quella di Scientology.».

Come si immagina gli alieni?

«(Risata) Sicuramente me li immagino molto diversi da come li presenta la tradizione fantascientifica, e da come io stesso li descrivo nei miei libri (risata)! Come dicevo prima, l’ universo è immenso, quindi esistono infinite possibilità. In generale io penso che esistano civiltà più avanzate e altre più arretrate di noi, peraltro alcuni ricercatori, partendo dalla teoria del Big Bang, sostengono che la vita nell’ universo abbia un’ origine comune, ma che in seguito si sia evoluta autonomamente sui diversi pianeti abitabili, differenziandosi. A me piace pensare che se noi discendiamo dalle scimmie, i nativi di altri mondi potrebbero discendere da altre specie animali.».

Mondi abitati da leoni o volpi umanoidi?

«(Risata) E perché no? Fino a prova contraria, tutto può essere (risata)!».

C’ è chi afferma che abbiano già visitato la Terra, e che in questo stesso momento siano in mezzo a noi: lei che ne pensa?

«L’ idea di alieni che ci osservano di nascosto, silenziosamente, è piuttosto comune nella fantascienza, e si basa su di un principio basilare della scienza dell’ osservazione, secondo cui si cambia tutto ciò che si osserva. Nel caso di una cultura aliena particolarmente progredita potrebbe anche essere vero: noi potremmo essere studiati dall’ interno da agenti altamente specializzati nella raccolta di informazioni. Ma occorre tenere presente che stiamo parlando di semplici congetture, nessuna delle quali avallata dalla minima prova o indizio. Se tendo a dubitate dei racconti sui dischi volanti, in questo caso non ho gli elementi per dare un giudizio piuttosto che un altro. Penso che gli alieni potrebbero essere tra noi così come potrebbero non esserlo: chi può saperlo?».

E sulle varie teorie secondo cui alcuni governi siano in contatto con gli alieni, da cui avrebbero ricevuto alcune tecnologie in cambio di determinati favori?

«Ce ne sono moltissime, una più avvincente e suggestiva dell’ altra. Una delle più famose riguarda ciò che avverrebbe negli interni dell’ Area 51, la vasta base militare situata nello Stato del Nevada, negli Stati Uniti d’ America, che da molti anni viene descritta come centro di sviluppo di tecnologie ricavate da campioni concessi dagli alieni, sotto la loro diretta supervisione. Credo che per la maggior parte si tratti di miti e leggende ufologici e contattisti, se non proprio di una vasta operazione di disinformazione promossa dagli stessi governi coinvolti per tenere nascosto quello che stanno facendo davvero (risata)!».

Lei spera di assistere ad un primo contatto con un popolo alieno, un giorno?

«Mi piacerebbe molto! Credo proprio che un fatto del genere farebbe un gran bene al genere umano, che inevitabilmente finirebbe per ridurre la propria arroganza, nonché la tendenza a fare guerre e a sentirsi il centro di tutto. Di certo, io potrei ricavarne un gran bel libro (risata)!».

Tra breve lei presenterà un romanzo ispirato all’ incidente di Roswell, il più celebre incidente ufologico della storia.

«Sì, sì! Ne venni a conoscenza da bambino, nell’ estate 1994, quando avevo appena dieci anni, seguendo una puntata di ‘Misteri’, il celebre programma divulgazione pseudoscientifica condotto da Lorenza Foschini, che fece storia trasmettendo per la prima volta in Italia un filmato diffuso da Ray Santilli, un musicista e produttore cinematografico britannico, in cui si mostra l’ autopsia di un cadavere alieno legato ai fatti di Roswell. In seguito si scoprì che tale filmato è un falso, ma in ogni caso riuscì a ravvivare l’ interesse per quella vicenda misteriosa, ancora oggi molto discussa. L’ unica certezza è che nel 1947 un oggetto non identificato cadde in un podere di Roswell, e che i militari si presentarono nel giro di poco tempo prelevando il materiale e imponendo sulla vicenda un rigoroso silenzio. Ovviamente, ho basato la mia storia sull’ idea dell’ astronave e dei tre cadaveri alieni, apparsa fin dall’ alba di quell’ enigmatico incidente.».

Grazie, e buon Natale.

«Grazie infinite, altrettanto a lei e a tutti coloro che questa bella intervista raggiungerà.».

venerdì 8 dicembre 2017

Giacomo e la religione


Giacomo Ramella Pralungo, inventore di storie dedito alla fantascienza e agli articoli di storia locale su «Il Biellese» ha lo sguardo solcato da un largo sorriso e mani vivaci che stringono con passione e compostezza i testi della sua libreria mentre ci espone la sua posizione in tema di religione: «In passato, per me era molto importante essere un buon cristiano, ma ora ritengo fondamentale essere una brava persona. Oggi la mia religione è piuttosto semplice: fare del bene a tutti, e qualora mi fosse impossibile almeno non fare del male a nessuno. Tutto il resto, dall’ esistenza o meno di un Dio alla saggezza dei suoi profeti, è solo commento…».

Che cos’ è per lei la religione?

«La religione è un insieme di credenze, riti e preghiere sorti all’ alba della storia del genere umano, quando i nostri antenati si interrogavano sul perché dell’ esistenza e l’ origine dei fenomeni ma ancora non avevano la scienza per darsi una risposta. Dapprima le cose vennero attribuite alle forze della natura, in seguito agli spiriti e infine agli dei. Ogni popolo sviluppò una propria religione basata sulla rispettiva mentalità e cultura, pur coltivando grandi similitudini in ambito mitologico e leggendario. Quindi per religione non si intende la rivelazione di una o più divinità, ma un prodotto umano.».

Cosa pensa della religione nel mondo attuale?

«Credo proprio che abbia fatto il suo tempo. La scienza e l’ archeologia ne hanno gradualmente smontato vari dogmi fondamentali, dall’ origine divina del mondo in appena sei giorni al flagello del Diluvio universale, per non parlare di altri concetti quali la natura piatta della Terra o la sua posizione centrale rispetto al sole, oltre che della presenza di un popolo eletto piuttosto che di poteri miracolosi e segreti o di autorità morali trasmessi dagli dei alle caste sacerdotali. Il fatto stesso che il fondamento della religione sia la fede in un Dio la cui esistenza non è mai stata dimostrata in quanto non supportata dal minimo indizio logico mi suggerisce che si debba cercare e seguire una via più logica. Ma c’ è dell’ altro.».

Ossia?

«La religione porta con sé tre pericoli fondamentali: la fede, il settarismo e la teodipendenza. La fede impone di credere a principi indubitabili, comunemente chiamati dogmi, che non possono e non devono mai essere messi in discussione, neanche quando urtano con la nostra coscienza. Il settarismo, conseguente al principio della fede, porta il credente a sentirsi orgoglioso di vivere e praticare la sola realtà ammissibile di questo mondo, e a ritenere gli altri una massa di infedeli. La teodipendenza, invece, porta il devoto ad affidarsi totalmente alla sua entità spirituale di riferimento, invocandola per ricevere aiuto e protezione, domandandosi che cosa essa possa fare per lui anziché credere in sé stesso e nelle proprie capacità interiori. Per non parlare del mucchio di superstizioni inevitabilmente connesso a qualsivoglia religione!».

Lei un tempo era credente, vero?

«Sì, ero un cristiano di scuola cattolica. Come tutti fui battezzato quando ero un bambino molto piccolo, credo di aver avuto quasi un anno, e venni educato alle vie del Vangelo in tono con la tradizione.».

Poi che cosa le accadde?

«Io sono sempre stato più curioso che credente. Amo approfondire la mia conoscenza e capire a fondo le cose servendomi della mia coscienza. A vent’ anni attraversai un periodo molto difficile della vita, e persi completamente la mia fede in Dio in quanto non riuscivo proprio ad accettare la natura della sofferenza, sia mia che quella degli altri, benché i testi sacri parlassero di un Dio onnipotente, infallibile e compassionevole sempre pronto a prendersi cura di noi. Se questo Dio è veramente fedele e non vuole che veniamo tentati oltre le nostre forze, come scrisse San Paolo in una delle lettere ai Corinzi, allora perché la gente si ammala, nasce con malformazioni e muore dietro inutili sofferenze? Perché ci sono povertà e guerre? Io stesso ho sofferto molto nella mia vita, al punto da aver compreso con chiarezza che ‘Dio’ e il suo volere sono soltanto ciò che gli antichi non sapevano spiegare.».

Lei ha compiuto la pratica dello sbattezzo: di che cosa si tratta?

«Lo sbattezzo è l’ atto di rinuncia al battesimo, e consiste in una richiesta di cancellazione del proprio nome dal registro battesimale della parrocchia di appartenenza, recidendo ogni contatto formale con la cristianità dopo la cessazione della fede ed evitando di essere considerati ancora credenti. Io persi la fede nel Cristianesimo nel 2004, e nel 2011 venni casualmente a conoscenza di questa pratica, che dopo tre anni di riflessione decisi di portare avanti per una semplice ragione di coerenza: non avevo alcuna ragione per rimanere legato ad una fede che ormai non significava più nulla per me.».

Nel 2006 lei si avvicinò molto al Buddhismo.

«Certamente, ne ero attratto e lo sono tuttora per l’ idea di saggezza, ossia di comprensione della realtà così com’ è, oltre la soggettività, e di compassione, quel particolare desiderio di agire bene a vantaggio di tutte le cose viventi, animali e piante compresi, senza spirito di profitto. Anche l’ interdipendenza, ossia la connessione reciproca di tutte le cose esistenti, rappresenta un concetto estremamente importante che mi ha molto colpito.».

Eppure lei stesso dice di non aver compiuto un’ adesione completa, di contestare vari elementi della filosofia buddhista e che si stia gradualmente allontanando anche da questa via spirituale. Non ha compiuto nemmeno il rito della Presa di Rifugio…

«E’ vero, ho sempre ritenuto fondamentale ragionare con la mia testa, senza pendere dalle labbra altrui, cosa che quando ero cristiano, purtroppo, avveniva (risata)! Se del Buddhismo apprezzo il rispetto per la natura e gli animali, per contro contesto il pessimismo con cui considera la nostra vita: si dice che la natura dell’ esistenza siano necessariamente il dolore e la morte, che la nostra nascita sia il risultato degli attaccamenti maturati nella vita precedente e che il Nirvana sia la salvezza da ulteriori rinascite. E’ vero, il dolore e la morte fanno parte della vita, ma il Buddhismo propone una visione che reputo triste e sinistra, tipica della cultura indiana e, più in generale, di quella religiosa… Solo accettando tutti quanti i principi buddhisti avrei potuto aderire formalmente con il rito della Presa di Rifugio, in cui ci si impegna ad avere fiducia nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, ossia il maestro, il suo insegnamento e la sua comunità.».

Lei dice spesso che essere umani è un valore fondamentale che va oltre la religione, che deriva proprio dalla base della natura umana.

«Assolutamente sì: poiché tutte le religioni sono un prodotto dell’ uomo fanno propri i grandi principi della moralità, come l’ astenersi dal male, l’ agire bene e l’ essere sempre consapevoli. Per seguire una qualunque religione o filosofia bisogna prima di tutto essere persone, quindi la questione si riduce a questo: non si può essere bravi ebrei, cristiani, musulmani, induisti o buddhisti se prima di ogni altra cosa non si è brave persone. Addirittura si può essere brave persone senza seguire alcuna religione, ed è proprio quello che sto cercando di fare io.».

Peraltro, lei pensa che si possa fare a meno della religione ma non della spiritualità: le andrebbe di spiegarsi?

«Come dicevo prima, la religione è un insieme di credenze, riti e preghiere, mentre la spiritualità è qualcosa di più: riguarda tutto ciò che ha a che fare con lo spirito. Religione e spiritualità sono quindi due concetti distinti e non sempre connessi tra loro. I religiosi hanno uno spirito che deve essere curato, esattamente quanto gli atei: guardare un quadro, passeggiare nei boschi, aiutare il prossimo o leggere un libro sono tutti atti di spiritualità ad altissimo livello. Non si diventa migliori andando in chiesa, recitando il Padre nostro o ritirandosi in un monastero, ma sfruttando le infinite occasioni della nostra vita quotidiana. Né più, né meno.».

Lei come vive la spiritualità?

«E’ un impegno quotidiano che mi entusiasma molto. Credo che in passato avrei potuto fare meglio, oggi sono più consapevole e sento che mi rimane ancora molto da fare. Ho sempre pensato che la spiritualità dei luoghi sacri come le chiese e i monasteri sia affascinante ma incompleta perché priva del contatto con il mondo e la vita quotidiana, esattamente quel contesto in cui voglio agire io.».

Che farebbe se un giorno dimostrassero l’ esistenza di Dio?

«(Risata) Ovviamente tornerei a crederci, e ne approfitterei per chiedergli un incontro in cui fargli alcune domande. Vorrei sapere ad esempio il motivo per cui ha creato e permesso la sofferenza e perché abbia tollerato tante cruente uccisioni e torture in suo nome nel corso degli ultimi secoli (risata)!».

Il giorno di Natale si avvicina gradualmente: come passerebbe il suo Natale ideale?

«Spero di trovare una bella giornata, così da fare una scampagnata alla Trappa di Sordevolo, oppure in campagna con un bel pranzo al sacco (risata)! Sono sempre il solito fissato (risata)! Altro che i pranzi e i cenoni scanditi da chiacchiere vuote e dall’ apparenza brillante…».

Grazie.

«Grazie infinite a lei per questa bella intervista.».

martedì 3 ottobre 2017

Io scrivo in rispetto della tradizione


Giacomo Ramella Pralungo ama molto riflettere sul valore della tradizione e di quello dell’ innovazione in ogni contesto della vita, non solo nella quotidianità ma anche nella sua attività di autore di fantascienza: «Forse è proprio per questo che mi sento particolarmente attratto dal genere fantascientifico: tramite le sue storie si esplora in modo particolarmente approfondito il concetto di evoluzione, e si ragiona su quanto del nostro passato sia bene conservare in mescolanza con le esigenze del nostro presente, realizzando un pratico e positivo modo di pensare e di vivere che assicuri un futuro positivo sia a noi stessi che alle generazioni future.».
L’ inventore di storie, abituato a esprimersi soprattutto in base alla propria esperienza personale, indica la tradizione come qualcosa di molto importante, un valore da cui ricava una sensazione confortevole e significativa, e sostiene che soprattutto nel mondo di oggi debba essere adattabile in quanto principio costruttivo rivolto al bene delle persone: «Certamente sembra una contraddizione bella e buona, ma in Oriente si pensa che l’ armonia poggi sull’ equilibrio tra gli opposti. Pertanto ho compreso che tradizione e innovazione possano facilmente tendersi la mano: basta solo che la tradizione non sia rigida, e che l’ innovazione non irrompa a passo di carica.».

Lei è notoriamente affascinato dal passato, dalle cose vecchie e dalle persone anziane, peraltro è uno studioso appassionato di storia. Il suo legame con la tradizione rientra in questo contesto? 

«Non ci ho mai veramente ragionato sopra, ma penso proprio che vi sia un nesso tra la mia passione per la storia e il legame che riconosco alla tradizione. Se un calcolo va fatto, noi uomini e donne viviamo in un mondo in cui il tempo scorre continuamente, quindi un giorno segue l’ altro, in una ruota che gira senza fine. Il tempo passa, e noi nasciamo e invecchiamo vivendo costantemente con il pensiero che la nostra esistenza un giorno finirà. Per cui direi che sentiamo il bisogno di mantenere un legame con il nostro passato, cercando una continuità con cui dare uno scopo e un senso alla nostra vita.».

In determinate occasioni lei ha sostenuto il valore e la sostanza della tradizione pur riconoscendo la necessità del progresso. Questo principio rientra anche nella sua attività di autore?

«Assolutamente sì. Come persona affermo che esistono determinati principi che dovrebbero rimanere sempre gli stessi, come l’ uguaglianza, la pace, il bene sia individuale che collettivo, ma ogni epoca non è mai uguale alle altre, quindi è bene adeguarsi costantemente ai tempi che corrono. Come autore di fantascienza, invece, affermo che la scienza sia un bene fondamentale, orientato al nostro progresso, sia interiore che materiale, e che il suo impiego, buono o cattivo che sia, dipende solo da noi: questo è il valore fondamentale di tale genere narrativo, di cui ho compreso la validità aderendovi con entusiasmo. Come vede io scrivo in rispetto della tradizione (risata)!».

Lei vive la sua vita secondo i valori classici a cui è stato educato?

«Questo è l’ esempio migliore con cui esprimere l’ importanza che ha per me la tradizione. Sono stato educato al rispetto, ad evitare la volgarità, a confrontarmi con il prossimo discutendo e scambiando di idee, a rispettare anziani, donne e bambini, ad impegnarmi coscienziosamente in tutto quello che faccio. Ho avuto un’ educazione classica di cui negli hanno ho imparato a riconoscere il valore, e l’ ho preservata nonostante intorno a me molti princìpi venissero gradualmente messi da parte. Ad esempio, noto che molti giovani di oggi, tra cui vari miei coetanei, non si rivolgono più agli anziani dando del lei, mentre a tavola si fa un po’ come si vuole, e quando si telefona a qualcuno non ci si presenta più perché si dà per scontato di essere riconosciuti dalla voce. Per non parlare dell’ abbigliamento colorito e bizzarro con cui certuni escono di casa (risata)! Io stesso sono stato più volte preso in giro e descritto come uno che sa di vecchio, mentre in altri casi sono stato apostrofato come una vera e propria reliquia proveniente da un passato ormai estinto, e probabilmente è davvero così, ma quello che mi è stato insegnato e che ho imparato fin dalla nascita rappresenta qualcosa di molto importante per me, concetti che danno un senso alla mia vita, e aiutano a darle serenità. Dopo tutto, tradizione non significa soltanto compiere determinate azioni di tanto in tanto, rievocando i tempi perduti, direi piuttosto che rappresenta qualcosa che ci aiuta lungo il nostro percorso in questo piccolo grande mondo.».

Leggendo i suoi libri si nota una totale mancanza di volgarità, tanto nel linguaggio, privo di parole sconce, quanto negli argomenti che affronta, mai imbarazzanti. Lei pare proprio una rarità in questi tempi in cui la volgarità e la mancanza di compostezza sono ormai comuni in casa, per radio e per televisione. Peraltro evita rigorosamente le parole inglesi.

«E’ vero, purtroppo oggi vige la legge del più volgare e del più indecente. Le buone maniere vengono viste come un segnale di debolezza, legate ad un passato in cui vigevano il bigottismo, il perbenismo e l’ arretratezza. Essere educati non vuole dire solo evitare le parole sconce, ma imparare a distinguere ciò di cui si può parlare da ciò che invece è meglio tenere per sé. Radio, televisione, cinema e persino determinati giornali ci hanno invece abituati ad un linguaggio sempre più volgare, ai pettegolezzi su strani amori e infedeltà, alla pornografia e a scene di sesso inguardabili. Io non sono affatto un bigotto, anzi, da ormai tredici anni non sono neppure un credente, per cui sono convinto che si possa parlare di molte cose, tra cui la nudità e il sesso, ma con tatto e garbo. Nei miei libri, quindi, evito volontariamente il linguaggio volgare, il pettegolezzo vano e le questioni intime con intenti scandalosi o di semplice intrattenimento. Sento infatti un certo senso di responsabilità con i miei lettori, voglio essere ricordato come uno che si esprime in modo pulito e che affronta cose serie. E’ uno dei modi più importanti con cui mi attengo alla tradizione e all’ educazione che mi è stata gentilmente trasmessa. Per quanto riguarda le parole inglesi, io sono sempre stato categoricamente contrario alla mescolanza dell’ italiano con l’ inglese: in questo periodo conoscere l’ inglese è fondamentale se non si vuole rimanere tagliati fuori dal mondo, ma mischiare la nostra lingua con questa o qualunque altra non ha alcun senso. E non è un caso che in Gran Bretagna, un tempo centro di un impero che comprendeva un quarto della popolazione mondiale, nessuno mischi l’ inglese con qualsivoglia altro idioma. Ecco un altro importante esempio di tradizione da curare.».

Insomma, forma e sostanza per lei devono muoversi di pari passo, essere entrambe curate con attenzione.

«Proprio così: l’ una deve accompagnare necessariamente l’ altra, solo se vengono accomunate hanno senso. La sostanza rappresenta un valore irrinunciabile, ma se viene presentata con la forma sbagliata finisce per fare più male che bene, così come una forma senza sostanza serve solo a perdere inutilmente il nostro tempo.».

Il fatto che lei pubblichi i suoi libri in formato sia cartaceo che elettronico rientra nel suo legame con la tradizione?

«Certo. Il genere umano impiega la carta da tempo immemorabile, dopo il tempo dei papiri e delle pergamene. Oggi, nell’ era della tecnologia, i libri elettronici hanno trovato una certa applicazione, ma il libro di carta rimane in vantaggio. Io stesso riconosco che i libri elettronici hanno il vantaggio di memorizzare al proprio interno il contenuto di una libreria sterminata, ma il libro cartaceo fa parte della storia dell’ umanità ormai da secoli, e tutti siamo cresciuti con questa bella realizzazione. Ecco un altro esempio di tradizione che ho compreso e che intendo contribuire a perpetuare.».

Si dice che lei preferisca scrivere a mano che battere un testo al computer.

«Scrivere a mano mi è senz’ altro di aiuto, perché fin da bambino ero l’ incubo dei miei insegnanti di scuola per via della mia pessima calligrafia (risata)! Scrivere le cose a mano mi piace moltissimo, è un’ abitudine a cui non intendo rinunciare, ma non nego i vantaggi del computer e della rete informatica: una lettera elettronica arriva a destinazione nel giro di un istante, anche nel caso in cui mittente e ricevente si trovano su differenti continenti. A volte mi capita di scrivere lettere a mano, che invio tramite la posta: si tratta di un esercizio che mi affascina, non soltanto perché devo curare la calligrafia, ma anche perché una lettera va impostata secondo un galateo preciso con cui trovo utile e persino gradevole confrontarmi.».

Anche le idee su cui poggiano le sue storie, che lei ovviamente sviluppa a modo suo, si fondano sui principi fondamentali della fantascienza.

«Da bambino e da ragazzino sono entrato in contatto con la fantascienza degli Anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, praticamente quello che sia in narrativa che al cinema è riconosciuto come il suo miglior periodo, in cui i temi essenziali erano viaggi nel tempo, invasioni e infiltrazioni aliene, rapimenti da parte degli extraterrestri, robot minacciosi e così avanti. Ho quindi avuto il mio apprendimento di base proprio dalla fase aurea di questo genere, la mia mente si ispira proprio ai concetti tipici di quegli anni, e sviluppa le idee in modo nuovo, attuale e personale.».

Lei afferma di credere in una continuità in un contesto di innovazione.

«Si, certamente: ci sono principi classici che è bene preservare nel tempo senza però rifiutare le novità. Anche l’ applicazione della tradizione deve adeguarsi ai tempi moderni, perché il mondo di oggi non è più quello di vent’ anni fa. Quindi credo che dovremmo sforzarci di tenere un occhio verso il passato e l’ altro verso il futuro, così da non ripetere gli errori già compiuti e perfezionarci al meglio delle nostre possibilità.».

Grazie per il suo intervento.

«Grazie a lei, è stato un vero piacere.».

martedì 26 settembre 2017

Il Ghana contro il Mahatma Gandhi


Giacomo Ramella Pralungo è da lungo tempo un ammiratore del Mahatma Gandhi, il celebre filosofo e politico indiano la cui azione di disobbedienza civile e lotta nonviolenta nel 1947 portò l’ India all’ indipendenza dall’ Impero britannico. Di recente, la direzione dell’ Università del Ghana, ove si trovava un monumento dedicato a Gandhi, ha provveduto alla sua rimozione per motivi di razzismo, e lo scrittore desidera rendere nota la sua posizione in proposito, esprimendo la sua opposizione a tale decisione e riflettendo sulle opinioni esposte dal Mahatma durante il suo ventennale soggiorno in Sudafrica, punto di partenza di un certo fraintendimento.

Il 17 luglio 1821, leggendo la Gazzetta di Milano nel giardino della sua villa di Brusuglio, Alessandro Manzoni seppe della morte in esilio di Napoleone Bonaparte, avvenuta il precedente 5 maggio. Ad appena quindici anni di età il celebre autore italiano aveva incontrato l’ inarrestabile condottiero francese al Teatro alla Scala di Milano, rimanendone favorevolmente impressionato pur non esprimendo mai alcun giudizio su di lui, contrariamente ad altri poeti del tempo, e in tre giorni, colto da un certo turbamento, scrisse un’ ode che ebbe una vastissima eco, «Il cinque maggio», tuttora riconosciuta come una delle sue opere assolutamente più famose e apprezzate, in cui incluse un verso semplice e diretto che esprime un immenso significato, su cui spesso non ragioniamo a sufficienza: «Ai posteri l’ ardua sentenza.».
Come studioso di storia credo proprio di poter affermare che non è facile comprendere e valutare appieno un personaggio oppure un evento storico, soprattutto nell’ immediato: occorre infatti prendere tempo per analizzare in modo degnamente imparziale il contesto storico in cui il personaggio visse e agì, mentre per gli eventi bisogna sempre considerare le cause, oltre che le conseguenze. Personaggi come Giulio Cesare, Napoleone e Benito Mussolini ed eventi quali la caduta della Repubblica romana in favore dell’ Impero, l’ avvento dell’ assolutismo illuminato e del Fascismo italiano sono tuttora eventi ampi e di vasta portata su cui si discute moltissimo.
Gandhi al 10 Dowing Street, 1931;

Ebbene, recentemente perfino un personaggio unanimemente conosciuto e rispettato come il Mahatma Gandhi, uno dei miei personaggi storici preferiti, è stato al centro di ricerche e valutazioni da cui è iniziato un animato dibattito che, peraltro, ha portato alla rimozione di una statua a lui dedicata dalla sede di Accra, la città in cui risiedo, dell’ Università del Ghana.
Nell’ ottobre 2015, due professori universitari sudafricani, Ashwin Desai e Goolam H. Vahed, pubblicarono «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», un libro che a quasi settant’ anni dalla morte del Mahatma fece immediatamente molto discutere, dal momento che ne capovolse l’ immagine accusandolo di razzismo nei confronti della popolazione nera. Il testo ripercorre i ventun anni che Gandhi trascorse in Sudafrica dal 1893 al 1914, dapprima come avvocato e poi come attivista, entrando in contatto con l’ apartheid, il pregiudizio razziale e le condizioni di quasi schiavitù nelle quali vivevano i suoi centocinquantamila connazionali, dando inizio alla militanza per i diritti civili e alla satyāgraha, elementi fondamentali della sua futura lotta per l’ indipendenza dell’ India: consultando gli archivi e leggendo i testi che lo stesso Gandhi scrisse durante il lungo soggiorno sudafricano, i due insegnanti rinvennero stupefacenti elementi in base ai quali il Mahatma giudicava i neri «selvaggi e primitivi», «dediti a una vita indolente e nuda», conducendo pertanto un’ ostinata campagna atta a convincere l’ amministrazione britannica che la comunità indiana era intrinsecamente superiore a loro.

L’ immagine ammirata e addirittura riverita di Gandhi, che proprio in Sudafrica iniziò l’ opera per cui rimase segnato nella storia, ne soffrì ampiamente, al punto che persino la scrittrice indiana Arundhati Roy ammise che dopo la pubblicazione di questa nuova biografia nessuno avrebbe potuto pensare come prima a questo grande uomo.
Secondo le pagine di «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», come già anticipato dal Washington Post nella sua recensione, appena giunto in Sudafrica, Gandhi avviò una tenace battaglia sugli ingressi separati per bianchi e neri all’ ufficio postale di Durban, dal momento che non trovava giusto che gli indiani rientrassero nella stessa categoria dei nativi sudafricani, che chiamava «cafri», e domandò un ingresso separato per gli indiani: «Ci feriva moltissimo questa mancanza di rispetto, e chiedemmo alle autorità di eliminare quell’ odiosa distinzione, e ora ci hanno dato tre ingressi per i neri, gli asiatici e gli europei.». In una lettera aperta al parlamento di Natal, nel 1893, peraltro, scrisse: «Ho avuto l’ ardire di sottolineare che sia gli inglesi che gli indiani provengono dalla stessa stirpe, chiamata indoariana. Una credenza generale sembra prevalere nella Colonia secondo la quale gli indiani sono un soltanto un po’ meglio, o addirittura uguali, ai selvaggi e cioè ai nativi dell’ Africa. I bambini crescono con questo pensiero, e il risultato è che gli indiani sono trascinati in basso nella stessa posizione dei primitivi cafri.».
In una petizione del 1895, il futuro Mahatma espresse peraltro la preoccupazione che un minore riconoscimento giuridico per gli indiani avrebbe avuto come risultato una degenerazione così forte che dalle loro abitudini civilizzate sarebbero stati degradati alle abitudini dei nativi, e nello spazio di una generazione ci sarebbe stata poca differenza nei costumi, nelle abitudini e nel modo di pensare tra la discendenza indiana e quella locale, mentre durante un discorso a Mumbai, nel 1896, disse che gli europei di Natal volevano degradare gli indiani al livello dei primitivi la cui unica occupazione era la caccia, e la cui unica ambizione era possedere un certo numero di mucche per comperarci una moglie e poi passare il resto della vita nell’ indolenza e nella nudità.
Nel giugno 2016, alcuni mesi dopo la pubblicazione di «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», all’ Università del Ghana di Accra venne inaugurata una statua in onore di Gandhi in occasione della visita del  Presidente della Repubblica Indiana, Pranab Mukherjee, iniziativa che sollevò l’ opposizione di vari professori e studenti, secondo cui la presenza della statua rappresentava «uno schiaffo a causa dell’ identità razzista di Gandhi». Venne pertanto lanciata una petizione in rete per chiederne l’ abbattimento, ed essa raccolse migliaia di adesioni in appena poche ore: attualmente il monumento non è più al suo posto.
Il monumento all’ Università del Ghana;

So per esperienza diretta che quando ci si occupa di personaggi e avvenimenti storici è molto frequente fare i conti con l’ ottica dei cronisti che ci trasmettono le informazioni: essi influiscono sulla sostanza delle informazioni che riceviamo, tanto che nella maggior parte dei casi le fonti storiche sono state ormai ridotte a qualcosa di nocivo, proprio come quegli articoli di giornale riguardanti avvenimenti politici e sociali che riferiscono una sola notizia secondo i punti di vista più diversi e contrastanti tra loro, impedendoci di comprendere la verità dell’ avvenimento stesso. Perché la verità si trova sempre e soltanto nei fatti, mai nelle opinioni personali. Comunque sia è un fatto risaputo: la storia viene opportunamente trasformata in leggenda, e la leggenda in mito, quindi le convinzioni e i punti di vista finiscono per diventare più potenti della stessa verità a cui tutti dovremmo sforzarci di attenerci.
Nel caso particolare del Mahatma Gandhi e della sua posizione nei riguardi della popolazione nera, se le fonti consultate dai professori Desai e Vahed venissero ritenute attendibili, come ritengo possibile, è mia intenzione sottolineare che bisognerebbe ricordare che in quel tempo il fenomeno del razzismo era fortemente sentito quasi ovunque nel mondo, e che si manifestava in modo specifico a seconda delle aree geografiche. Peraltro, all’ interno delle singole società era presente una vigorosa suddivisione sociale. Purtroppo è così anche oggi, sebbene avvenga in modo diverso perché viviamo un’ altra era. Tutti gli uomini e le donne vissuti in questo mondo hanno subìto l’ influenza della mentalità e della cultura vigenti nel proprio contesto: lo stesso Gandhi nacque a Porbandar, una cittadina sulle coste occidentali dell’ India, ove visse la sua giovinezza in una benestante e tradizionale famiglia induista della casta mercantile dei Bania. Eppure, in ogni tempo ci sono coloro che a seguito di determinate esperienze intuizioni si allontanano dalla visione dominante delle cose e tentano di andarvi oltre per consentire un’ evoluzione benefica al proprio ambiente, da lasciare in eredità alle generazioni future. Il Mahatma Gandhi era uno di questi uomini, infatti lottava con convinzione contro il millenario cappio delle caste indù, con un occhio di grande riguardo verso i paria, o dalit, ossia gli «oppressi» ritenuti impuri, nonché contro l’ usanza dei matrimoni infantili a cui lui stesso era stato obbligato e contro l’ odio che contrapponeva induisti e musulmani, nonché indiani e britannici, così come occorre ricordare che era venuto al mondo nella più importante colonia britannica, e che visse quattro anni a Londra per studiare giurisprudenza presso la University College, adattandosi alle abitudini britanniche, vestendosi e cercando di vivere come un vero signore locale nonostante l’ opposizione della sua casta per l’ impossibilità di rispettare i precetti induisti in Occidente, e da cui venne dichiarato fuoricasta, venendo poi riammesso nella casta al suo ritorno in Oriente con l’ aiuto del fratello.
Peraltro, occorre ricordare che quando giunse in Sudafrica per difendere una ditta indiana in una causa locale aveva appena ventiquattro anni: allora il giovane Gandhi non era ancora nessuno, e fu proprio il Sudafrica a trasformarlo gradualmente in una guida visionaria che poi sarebbe stata ricordata come Mahatma, la «Grande Anima». Dopo essere entrato profondamente in contatto con la cultura britannica durante il suo soggiorno londinese maturò una grandissima fiducia nella proclamazione pubblicata dalla regina Vittoria il 1 novembre 1858, che a seguito della ribellione del 1857 estendeva formalmente la sovranità britannica sull’ India e prometteva al suo popolo gli stessi privilegi e protezione di cui godevano tutte le altre popolazioni, peraltro nel desiderio che gli indiani venissero ammessi liberamente e con imparzialità agli uffici imperiali: con tale spirito, quando nel 1899 scoppiò la Seconda Guerra Boera,  Gandhi, membro del Natan Indian Congress, sospinse con onore e fierezza la comunità indiana a offrire i propri servigi alla Corona come «cittadini a pieno titolo dell’ Impero britannico, pronti a farsi carico dei loro obblighi e a meritarsi i diritti loro concessi». In un secondo momento, tuttavia, con l’ approvazione del Black Act nel 1906, con cui si costringeva la popolazione indiana che viveva nella provincia di Transvaal a registrarsi, Gandhi iniziò a tenere incontri e a incitare i compatrioti a bruciare i permessi che dovevano portare con sé, ritrovandosi in una prigione per cafri: in un certo modo comprendeva e accettava la discriminazione da parte dei bianchi, ma non di essere messo sullo stesso livello dei nativi africani, nella convinzione che si dovessero organizzare celle separate. Fu solo con l’ andare del tempo che il Mahatma dichiarò che il suo cuore era con gli zulu, spiegando che le crudeltà che aveva visto compiere contro di loro erano state il più grande punto di svolta della sua vita spirituale, esattamente ciò che lo aveva portato ad abbracciare, come strategia di resistenza, la nonviolenza.
Insomma, di fronte a questo lato oscuro della celebre guida indiana, finora rimasto inedito, ritengo che sia ragionevole dedurre che come normalissimo essere umano sia partito letteralmente dal nulla, come tutti noi, e che all’ inizio della sua esistenza abbia semplicemente avuto certi pregiudizi che, nel corso della sua esperienza decennale come persona, devoto religioso e guida sia politica che spirituale, vennero gradualmente superati da un ideale più universale. Dopo tutto, non è forse vero che l’ immensa e antica India è un insieme di popolazioni, lingue e religioni tra loro assai diverse? Se proprio si vogliono lanciare accuse di razzismo slegate dal contesto originario, io stesso potrei ricordare ai ghanesi, cristiani di grande fede, che nel Vangelo di Matteo e in quello di Marco si racconta che Gesù incontrò una donna cananea che lo supplicò di esorcizzare la figlioletta indemoniata, ma lui le rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele.». Solo dopo una certa discussione il Nazareno, rimasto colpito dalla fede con cui lei domandava il miracolo, concesse la guarigione della figlia, e detto questo mi si permetta di aggiungere che se oggi il Ghana può vantare davanti al mondo di essere un Paese indipendente dalla Gran Bretagna dal 6 marzo 1957, parte del merito va sicuramente attribuito al Mahatma Gandhi, che appena dieci anni prima con la sua azione in India aveva dato il via ad una reazione a catena che di fatto portò alla dissoluzione dell’ Impero britannico.


Giacomo Ramella Pralungo

giovedì 14 settembre 2017

«Percorsi di ascesa», la conclusione di una trilogia


Giacomo Ramella Pralungo mostra sorridendo il suo ultimo libro, «Percorsi di ascesa», edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico, la cui copertina, piuttosto suggestiva, si ispira ad un noto affresco di Michelangelo, la Creazione di Adamo: su di uno sfondo spoglio e celeste, una mano umana e una meccanica stanno per stringersi. Come lui stesso ci spiega: «Nel mondo ebraico, cristiano e musulmano l’ unione con Dio rappresenta per i mortali un’ elevazione verso qualcosa di puro e totale. Oggi, nell’ era della scienza e della tecnica, l’ unione tra uomo e tecnologia ha l’ intento di migliorare la vita, rendendola più comoda e superandone i problemi fondamentali. E’ un bell’ obiettivo, ma talvolta viene deviato da grandi malintesi che portano a intuizioni e invenzioni che lo stravolgono provocando degenerazioni estremamente pericolose.».

Con questo nuovo libro ha finalmente dato una conclusione alla trilogia di «Per i sentieri del tempo».

«Sì, finalmente. Non è stato molto semplice, perché fin dall’ inizio pensavo di fare qualcosa di diverso da quanto già affrontato nel corso dei due precedenti capitoli. Volevo che il terzo e ultimo rappresentasse uno stacco dalla consueta ambientazione, ma che ne rimanesse pur sempre conseguente. Reputavo necessario allontanarmi dalla lotta contro i Rete, che si era lungamente consumata tra viaggi nel tempo e realtà alternative, e dedicarmi a qualcosa di differente ma altrettanto importante: i legami diplomatici e culturali con Oxerin mi sono parsi un’ ottima novità da approfondire.».
Il formato cartaceo del libro;

«Percorsi di ascesa» è il seguito diretto di «Al confine della realtà», ma con Alexander Tralus morto e la vicenda che si ambienta una trentina di anni dopo il tentativo di invasione da parte dell’ Impero Terrestre rappresenta qualcosa di leggermente slegato, sicuramente più di quanto il secondo episodio fosse nei riguardi del primo.

«Certamente. Volevo assolutamente che Alexander Tralus morisse eroicamente per salvare la Terra, e pensavo che la mia trilogia non dovesse semplicemente affrontare la guerra tra lui e i Rete, quindi ho avuto l’ idea di farlo morire e di sconfiggere definitivamente gli avversari nel secondo libro, in modo tale che il figlio Benjamin potesse un giorno raccogliere la sua eredità e fungere da eroe salvatore in un diverso contesto. In ‘Al confine della realtà’ il padre promuove il primo viaggio nello spazio, a seguito del quale gli umani incontrano gli oxeriniani, di cui diventeranno alleati. La sua azione va a beneficio del popolo di Oxerin, rientra in pieno nel sogno di suo padre, quindi è vero, in questo libro l’ ambientazione è più slegata ma pur sempre connessa agli avvenimenti e al finale del capitolo precedente.».

Quanto di ciò che ha introdotto nei primi due libri è rimasto in quest’ ultimo, e quanto invece rappresenta l’ innovazione?

«Tra gli elementi fondamentali, comuni a tutti i romanzi della mia trilogia, direi di aver preservato con una certa attenzione lo spirito di ottimismo a proposito del futuro dell’ umanità, e non solo. Un tempo gli umani lottavano per sopravvivere ai penosi disastri provocati dalla guerra atomica tra la fine del XX e l’ inizio del XIX secolo, ma poi sono tornati a vivere liberamente nell’ ambiente ormai purificato del pianeta, segno che la vita procede trovando sempre una via di risanamento. Ora hanno la possibilità di viaggiare nello spazio, aprendosi a nuovi orizzonti così vasti da poterli comprendere a stento.
Per quanto riguarda l’ innovazione direi che una buona parte del libro riguarda la spiritualità e l’ ambientazione aliena. Ho voluto dare un certo risalto alle tematiche spirituali, pressoché assenti in ‘Per i sentieri del tempo’ e in ‘Al confine della realtà’, e ho colto l’ occasione per descrivere la civiltà oxeriniana direttamente sul campo.».

Per descrivere Oxerin si è molto ispirato al Tibet, sia come ambiente fisico che come civiltà.

«Esatto. Il Buddhismo tibetano è stato in assoluto la prima forma dell’ insegnamento del Buddha che ho incontrato, prima di concentrami sullo Zen giapponese. Ma il Tibet e la sua particolare scuola buddhista continuano tuttora ad affascinarmi, ecco perché ho pensato di modellare Oxerin sulle basi della geografia e della civiltà tibetane. Il Buddhismo tibetano deriva dalla fusione tra il Bön, l’ antica religione tibetana diffusa anche in certe zone del Nepal, legata allo sciamanesimo e all’ animismo, e il Buddhismo Vajrayāna, sorto a sua volta dal sincretismo tra le dottrine tantriche dell’ Induismo, fondate su credenze popolari sciamaniche, con il Buddhismo Mahāyāna, insieme di scuole dal contenuto filosofico e metafisico che lascia spazio al misticismo. L’ ambiente di Oxerin si rifà all’ ambiente montano del Tibet e a quello stepposo della Mongolia, altro Paese in cui è fortemente diffuso il Buddhismo dei lama, mentre la religione oxeriniana trae la sua ispirazione dalle antichissime dottrine Bön.».

Quali sono i principi su cui ha impostato la sua storia?

«Questa volta ho scelto di parlare di transumanesimo, una delle tematiche più note e variopinte della fantascienza da ormai molti anni. Fin dall’ inizio pensavo di approfondire il legame tra uomo e macchina, senza però perdermi in ovvietà e neppure ripetere inutilmente quanto già visto nella serie di ‘Terminator’ oppure con i Borg di ‘Star Trek: The Next Generation’, quindi il transumanesimo, celebre movimento culturale occidentale che sostiene l’ impiego delle scoperte scientifiche e tecnologiche per rinforzare le abilità fisiche e mentali umane, peraltro rimuovendo aspetti indesiderabili della condizione umana come malattia, invecchiamento e persino morte, mi è parso un ottimo punto di partenza. Il riferimento del titolo è relativo all’ opinione che l’ antagonista di questa vicenda ha nei riguardi del transumanesimo: un vero e proprio percorso di ascesa. L’ altro principio fondamentale della storia è, come abbiamo detto poco fa, la spiritualità: trovavo infatti interessante confrontare due entità così diverse tra loro eppure orientate allo stesso obiettivo, ossia il miglioramento dell’ individuo.
Io stesso ritengo che la scienza e la tecnologia abbiano portato vantaggi immensi nella nostra vita, e ne sono un convinto estimatore finché noi uomini e donne manterremo un ruolo centrale nella nostra stessa esistenza, senza diventarne dipendenti. Una particolare corrente transumanista, quella postumanista, sostiene che l’ informatica e le biotecnologie un giorno trasformeranno l’ uomo in qualcosa di diverso e infinitamente superiore sia fisicamente che mentalmente, rendendolo un vero e proprio essere postumano: io mi oppongo nettamente a questa visione, nella convinzione che per quanto sia giusto semplificarsi la vita con la scienza e la tecnica si debba pur sempre permettere alla natura di compiere il suo corso, senza stravolgerla. La natura ha infatti impiegato milioni di anni per renderci quello che siamo oggi, instaurando equilibri delicati e ben precisi: cambiare le carte in tavola da un giorno all’ altro non potrà che condurci a situazioni del tutto incontrollabili.».

Potrebbe raccontarci qualcosa sulla trama?

«Nel 2119 gli umani e gli oxeriniani hanno ormai solidi legami di amicizia, tanto che i rispettivi governi hanno predisposto una propria ambasciata sull’ altro mondo. In questo periodo, il maggiore Wulf Steinmann, importante ufficiale appartenente a una divisione segreta dei servizi segreti, estremamente potente ma anche spregiudicata e dalla dubbia moralità, rinviene nei sotterranei di Taly City, la capitale della Repubblica Planetaria Terrestre, un’ antica installazione ove Duncan Rete lasciò i prototipi di una nuova e potente tecnologia cibernetica. Otto anni dopo, nel 2127, i tentativi di attivare il secondo Ersdakom in Egitto provocano un disastro che scatena una scossa sismica in tutto il mondo. Benjamin Tralus, figlio di Alexander e ora sergente delle forze speciali dell’ esercito, perde la madre Kate durante una missione di salvataggio, e, sconvolto, abbandona tutto per andare in ritiro spirituale su Oxerin, sotto la guida di uno dei più rispettati maestri oxeriniani viventi. Durante una serie di meditazioni guidate ha una premonizione riguardante un disastro che sta per abbattersi molto presto su Oxerin, e non appena questa viene confermata come autentica dai presagi, dagli oracoli e dalle massime guide spirituali planetarie si mette in movimento per arrivare al responsabile, in modo da tale da prevenire la morte di milioni di innocenti. Frattanto, Steinmann, ora colonnello, scopre di soffrire di una malattia incurabile e comprende che la sua sola salvezza sta nella tecnologia cibernetica sperimentale di Duncan Rete scoperta otto anni prima.».

Ha detto che realizzare questa storia è stato difficile per lei. Come mai?

«Per molte ragioni. Tanto per cominciare, Alexander Tralus, protagonista dei primi due capitoli, era morto e quindi dovevo sostituirlo con un personaggio particolare. Fin da subito ho pensato a suo figlio, ma perché fosse in grado di compiere un’ impresa particolare dovevo necessariamente ambientare il terzo libro alcuni decenni dopo il tentativo di invasione da parte dell’ Impero Terrestre. Un’ epoca in cui molte cose sarebbero ovviamente state diverse. E poi perché, come ho già affermato, volevo andare oltre l’ eterna lotta contro i Rete. Insomma volevo introdurre qualche cambiamento tutt’ altro che scontato, ma per fortuna i temi della civiltà oxeriniana, della spiritualità e del transumanesimo postumanista mi sono ampiamente venuti in aiuto.».

Non pensa di tornare a lavorare su questa serie, magari con qualche episodio che si possa collocare tra un libro e l’ altro, o che possa fare da cornice?

«Come ‘Rogue One: A Star Wars Story’ o il prossimo film su Han Solo nel contesto della serie di ‘Guerre stellari’? Sarebbe certamente un piacevole esperimento, ma penso di aver già raccontato tutto quello che era necessario con ‘Per i sentieri del tempo’, ‘Al confine della realtà’ e ‘Percorsi di ascesa’.».
Il formato elettronico del libro;

Lei ha affermato che «Per i sentieri del tempo» è stata in assoluto la prima opera a cui si è dedicato, sebbene sia stata pubblicata dopo «Cuore di droide». Che effetto le fa sapere che la sua trilogia ora è compiuta?

«Da una parte mi dà un senso di completezza, in quanto ogni viaggio ha un inizio e una fine, ma dall’ altro provo un senso di congedo, come quando si saluta un vecchio amico che si sa di non rivedere mai più.».

Grazie per il suo intervento.


«Grazie a lei, sono sempre molto onorato.».